Conoscere perfettamente una polizza non significa saperne parlare con un cliente

Professionista osserva e prende appunti durante una simulazione di colloquio tra consulente e cliente.

Due consulenti conoscono lo stesso prodotto, hanno superato gli stessi test e dispongono delle medesime informazioni tecniche. Eppure, davanti al cliente, possono costruire due conversazioni completamente diverse.

Il primo espone correttamente caratteristiche, garanzie ed esclusioni. Il secondo possiede le stesse conoscenze, ma sa anche ascoltare, approfondire una risposta inattesa, tradurre un limite contrattuale in una conseguenza comprensibile e verificare che il cliente abbia realmente capito.

Se una persona conosce perfettamente una polizza, può già essere considerata capace di offrire una buona consulenza? No. Ma è altrettanto vero che, senza una solida conoscenza tecnica, una buona consulenza non può esistere.

La conoscenza tecnica è irrinunciabile

La Direttiva sulla distribuzione assicurativa richiede che distributori e addetti possiedano conoscenze e competenze adeguate rispetto ai prodotti distribuiti e alle attività svolte. L’articolo 10 della IDD prevede inoltre meccanismi di formazione e sviluppo professionale continuo, basati a livello europeo su almeno 15 ore annue.

In Italia, il Regolamento IVASS n. 40 del 2018 disciplina formazione e aggiornamento professionale dei distributori, definendo soggetti interessati, contenuti, modalità, verifiche e obblighi documentali.

Il requisito normativo è quindi chiaro. Chi opera nella distribuzione deve conoscere, tra gli altri aspetti:

  • le caratteristiche dei prodotti;
  • le garanzie e le esclusioni;
  • i limiti e i massimali;
  • la normativa applicabile;
  • i processi distributivi;
  • il mercato di riferimento;
  • le esigenze del cliente;
  • la gestione dei reclami;
  • le regole di comportamento.

Questa conoscenza protegge il cliente, il consulente e l’organizzazione. Il problema nasce quando si presume che il trasferimento della conoscenza produca automaticamente un comportamento consulenziale.

I risultati sul campo raccontano qualcosa di diverso

Il primo mystery shopping coordinato da EIOPA sui prodotti di investimento assicurativi, svolto in otto Stati membri, ha rilevato una correlazione limitata tra l’approfondimento del processo commerciale e la coerenza del prodotto con il profilo del cliente. Sessioni più lunghe e dettagliate non hanno generato automaticamente risultati migliori.

Il Third Report sull’applicazione della IDD, pubblicato nel marzo 2026, ha richiamato nuovamente la qualità dell’advice e i metodi di vendita. Non significa che conoscenze e procedure siano inutili. Significa che la quantità di attività svolta non garantisce, da sola, la qualità dell’esito.

Anche l’indagine IVASS del luglio 2026 sui canali distributivi non tradizionali ha evidenziato criticità che riguardano il modo in cui vengono formulate le domande, valutate le esigenze, utilizzati gli script e rappresentate esclusioni e limitazioni, oltre alla capacità di aiutare il cliente a compiere una scelta consapevole.

Una persona può sapere che un’esclusione deve essere illustrata. Un livello professionale ulteriore consiste nel saperla spiegare con parole comprensibili, collegarla alla situazione concreta del cliente e verificare che il suo significato sia stato compreso.

Sapere, saper fare, saper agire nella relazione

Per leggere questa differenza si possono distinguere, come chiave editoriale e non come tassonomia scientifica, tre livelli di sviluppo professionale.

Sapere

Riguarda la conoscenza di prodotto, normativa, processo, mercato di riferimento, garanzie, esclusioni e strumenti.

Saper fare

Riguarda la capacità di utilizzare sistemi e documenti, applicare le procedure, gestire le diverse fasi del processo, fornire le informazioni necessarie e presentare correttamente una soluzione.

Saper agire nella relazione

Riguarda i comportamenti messi in atto durante la conversazione: formulare domande, ascoltare, approfondire, riconoscere segnali, adattare il linguaggio, riformulare, verificare la comprensione e accompagnare la decisione.

I tre livelli non sono alternativi. Il comportamento senza conoscenza rischia di diventare improvvisazione. La conoscenza senza capacità operativa rimane teorica. Un processo corretto, privo di competenza relazionale, può invece risultare formalmente completo ma poco utile per la decisione del cliente.

L’ascolto è il punto in cui la conoscenza diventa comportamento

L’ascolto è una delle competenze più citate e, allo stesso tempo, una delle meno definite. In una conversazione consulenziale non coincide con un atteggiamento genericamente disponibile. Si manifesta attraverso comportamenti osservabili.

Si vede, per esempio, quando il consulente:

  • lascia terminare la risposta;
  • non anticipa la conclusione;
  • riconosce un’informazione inattesa;
  • approfondisce un’espressione ambigua;
  • utilizza il silenzio senza riempirlo immediatamente;
  • distingue ciò che il cliente ha detto da ciò che è stato presunto;
  • modifica la domanda successiva sulla base della risposta ricevuta;
  • restituisce ciò che ha compreso;
  • verifica che la riformulazione sia corretta.

Non si tratta di invocare genericamente l’empatia. Se la risposta del cliente non modifica mai il percorso della conversazione, diventa difficile sostenere che sia stata realmente ascoltata.

La maturità consulenziale comincia quando si sa riconoscere ciò che sta accadendo nella relazione mentre si parla con il cliente, non soltanto quando si conosce ciò che dovrebbe essere detto.

Perché la formazione tradizionale può non bastare

Una buona formazione può includere esercitazioni, casi, simulazioni e feedback. Sarebbe quindi semplicistico identificare la formazione con la sola lezione in aula. La distinzione utile riguarda l’obiettivo prevalente.

La conoscenza può essere sviluppata attraverso aula, e-learning, documentazione, casi, test e aggiornamenti normativi. Il comportamento richiede inoltre:

  • pratica;
  • osservazione;
  • feedback;
  • ripetizione;
  • correzione;
  • nuova sperimentazione.

Non si allena l’ascolto limitandosi a spiegarne l’importanza. Occorre osservare quali segnali vengono trascurati, quando una risposta viene interrotta, come viene gestito un elemento inatteso e che cosa cambia dopo un feedback.

Dalla simulazione al campo — e ritorno

Lo sviluppo delle competenze consulenziali richiede l’integrazione tra simulazioni strutturate e conversazioni reali.

Le simulazioni consentono di isolare una competenza, riprodurre situazioni ricorrenti, interrompere e analizzare la conversazione, ripetere un passaggio e confrontare comportamenti diversi in un ambiente protetto.

L’osservazione sul campo mostra invece ciò che accade quando entrano in gioco pressione, tempo, obiettivi, sistemi, abitudini e risposte reali del cliente.

Un percorso coerente può seguire questo ciclo:

  1. definizione del comportamento da allenare;
  2. simulazione;
  3. osservazione e feedback;
  4. applicazione nelle conversazioni reali;
  5. affiancamento sul campo;
  6. nuovo feedback;
  7. ripetizione mirata.

Non è necessario trasformare ogni percorso in un’attività indefinita. È però utile distribuire l’apprendimento nel tempo, affinché la conoscenza possa essere provata, osservata e corretta.

Il feedback deve riguardare il comportamento, non la persona

Un feedback come “bisogna ascoltare di più” è troppo generico per produrre un cambiamento. Un’osservazione utile riguarda invece episodi specifici:

  • una risposta è stata interrotta;
  • un’informazione rilevante non è stata approfondita;
  • la domanda successiva era già predeterminata;
  • la riformulazione ha introdotto un significato non espresso dal cliente;
  • la verifica della comprensione è stata sostituita dalla richiesta di una conferma.

Il comportamento è circoscritto, osservabile e modificabile. Questo permette di evitare giudizi generici sulla persona e di concentrare l’attenzione su ciò che può essere allenato.

Che cosa dovrebbe misurare chi progetta la formazione

Tracciabilità, contenuti, partecipazione e verifiche dimostrano che il percorso è stato erogato e che alcune conoscenze sono state acquisite. Sono indicatori indispensabili, soprattutto quando esistono obblighi normativi.

Per valutare lo sviluppo consulenziale occorrono però anche altre domande:

  • il comportamento è cambiato?
  • la persona ascolta in modo diverso?
  • le risposte del cliente modificano la conversazione?
  • il linguaggio è diventato più comprensibile?
  • gli elementi rilevanti vengono approfonditi?
  • la comprensione viene verificata?
  • il cambiamento resiste nel tempo?

Il completamento di un corso misura l’erogazione. Un test misura prevalentemente la conoscenza. L’osservazione consente di valutare ciò che la persona riesce realmente a fare. Sono misure complementari, non sostitutive.

Dalla formazione all’allenamento

È in questo passaggio che trova spazio il Coaching Assicurativo. Non sostituisce la formazione obbligatoria, la preparazione tecnica o l’aggiornamento normativo. Lavora soprattutto sulla trasformazione della conoscenza in comportamento osservabile durante la conversazione.

Una formula sintetica può aiutare: la formazione trasferisce conoscenza; l’allenamento la mette alla prova nel comportamento. La distinzione, tuttavia, non deve diventare rigida. Una buona formazione può allenare comportamenti; un’attività definita “coaching” può invece fallire se non include pratica, osservazione e feedback.

La diagnosi di maturità consulenziale serve anche a rendere visibile la distanza tra ciò che una rete conosce e ciò che riesce effettivamente a mettere in atto.

Conoscenza corretta, comportamento efficace

La sfida non consiste nello scegliere tra formazione tecnica e coaching. La conoscenza costituisce il fondamento; le procedure organizzano il processo; pratica, osservazione e feedback trasformano il sapere in comportamento.

Alla domanda “che cosa devono sapere le persone?” dovrebbe quindi affiancarsene un’altra: “che cosa dovrebbero riuscire a fare, in modo osservabile, durante una conversazione con il cliente?”.

Quando valutiamo una rete, stiamo misurando ciò che le persone sanno oppure anche ciò che riescono realmente a fare durante una conversazione con il cliente?

Fonti

La formazione tecnica è sufficiente per offrire una buona consulenza assicurativa?

È indispensabile, ma non sufficiente. Una buona consulenza richiede anche capacità operative e comportamenti relazionali, come ascolto, approfondimento, riformulazione e verifica della comprensione.

La distinzione riguarda soprattutto l’obiettivo prevalente. La formazione può trasferire conoscenze e sviluppare capacità; il Coaching Assicurativo concentra l’attenzione sull’osservazione e sull’allenamento dei comportamenti durante la conversazione. I due approcci sono complementari.

Attraverso un ciclo che integri simulazioni, applicazione nelle conversazioni reali, osservazione, feedback, correzione e nuova sperimentazione. La ripetizione consente di trasformare gradualmente la conoscenza in comportamento.

I contenuti pubblicati in questo articolo esprimono opinioni personali dell’autore e hanno finalità informative e divulgative. Non rappresentano la posizione della società per cui lavora e non costituiscono consulenza professionale, assicurativa, finanziaria, legale o commerciale.

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