Possedere o distribuire? Quando il capitale regolamentare entra nella scelta

Rappresentazione editoriale della scelta tra proprietà della compagnia e partnership nella bancassurance, con il capitale regolamentare come struttura sottostante del modello industriale.

Quando parliamo di bancassurance, tendiamo a confrontare i diversi modelli attraverso variabili abbastanza intuitive: quanto margine rimane alla banca, chi controlla la relazione con il cliente, chi progetta il prodotto, quanta autonomia decisionale esiste, quali competenze servono.

C’è però una variabile molto meno visibile, soprattutto per chi non lavora quotidianamente tra finanza, gestione dei rischi e vigilanza bancaria: quanto capitale deve impegnare una banca per sostenere quel modello?

È una domanda importante perché due soluzioni capaci di generare risultati economici simili possono essere molto diverse se una richiede molto più capitale dell’altra.

Un caso recente rende il tema concreto. Un grande gruppo bancario italiano ha ricevuto dalla Banca Centrale Europea l’autorizzazione ad applicare alle proprie partecipazioni assicurative il cosiddetto Danish Compromise. Il gruppo ha stimato che il diverso trattamento possa migliorare il proprio CET1 ratio di circa 52 punti base, cioè 0,52 punti percentuali, sulla base della situazione del secondo trimestre 2026. Si tratta di una stima dichiarata dalla società e non di un risultato automaticamente replicabile da altre banche.

La notizia, però, è soltanto il punto di partenza.

Se una regola cambia il modo in cui una partecipazione assicurativa pesa sul capitale della banca, può cambiare anche il confronto tra possedere una compagnia e limitarsi a distribuirne i prodotti?

Prima del Danish Compromise: che cos’è il CET1?

Per capirlo dobbiamo partire da un termine che compare spesso nelle notizie sulle banche, ma che raramente viene spiegato: CET1.

CET1 significa Common Equity Tier 1. In parole semplici, è il capitale di qualità più elevata di una banca, quello maggiormente disponibile per assorbire eventuali perdite. È uno degli elementi fondamentali con cui la vigilanza valuta la solidità patrimoniale di un istituto.

Il CET1 ratio mette questo capitale in rapporto con i rischi che la banca assume.

Con una forte semplificazione:

CET1 ratio = capitale CET1 / attività ponderate per il rischio

Le “attività ponderate per il rischio” non rappresentano semplicemente tutto ciò che la banca possiede o finanzia. Le diverse esposizioni vengono considerate tenendo conto del loro rischio prudenziale. Sono spesso indicate con la sigla inglese RWA, Risk Weighted Assets. Da qui in avanti possiamo semplicemente chiamarle attività ponderate per il rischio.

Come si legge il CET1 ratio?

Per il ragionamento che stiamo facendo basta una regola molto semplice:

a parità delle altre condizioni, un CET1 ratio più alto significa che la banca dispone di un maggiore cuscinetto di capitale rispetto ai rischi considerati. Se il rapporto scende, quel margine patrimoniale si riduce.

Quindi, se una determinata operazione porta il CET1 ratio dal 10% all’8%, l’effetto patrimoniale è più penalizzante rispetto a un’operazione che, nelle stesse condizioni di partenza, lo porta dal 10% al 9%.

Questo non significa che l’obiettivo di una banca sia semplicemente avere il CET1 ratio più alto possibile. Il capitale è anche una risorsa che deve essere impiegata in modo efficiente per produrre ritorni.

Ed è proprio qui che il tema diventa manageriale.

Dove entra il Danish Compromise

Nel quadro prudenziale europeo, determinate partecipazioni detenute da una banca in imprese assicurative possono essere dedotte dai suoi fondi propri.

Tradotto in termini semplici: una parte viene sottratta dal capitale utilizzato nel calcolo.

L’effetto interviene quindi sul numeratore della nostra frazione.

L’articolo 49 del regolamento europeo sui requisiti patrimoniali delle banche, il CRR, consente però, in determinate circostanze e con l’autorizzazione dell’autorità competente, di non effettuare quella deduzione e di trattare invece la partecipazione assicurativa attraverso la ponderazione per il rischio.

La frase da ricordare è questa:

il Danish Compromise non fa sparire il costo patrimoniale di una compagnia assicurativa posseduta da una banca. Cambia il modo in cui quel costo viene calcolato.

Un esempio semplice: perché 9,1% può essere meglio di 8%

Immaginiamo una banca che esiste soltanto sulla carta e serve esclusivamente a capire il meccanismo.

Ha 100 di capitale CET1 e 1.000 di attività ponderate per il rischio.

Il suo CET1 ratio è quindi:

100 / 1.000 = 10%

Questo 10% è il nostro punto di partenza.

Caso A — l’effetto riduce il capitale

Immaginiamo, esclusivamente a fini didattici, una deduzione pari a 20.

Il capitale scenderebbe da 100 a 80, mentre le attività ponderate per il rischio resterebbero 1.000.

Il CET1 ratio diventerebbe:

80 / 1.000 = 8%

Il rapporto è sceso dal 10% all’8%. Nel nostro esempio, quindi, l’effetto patrimoniale della partecipazione è significativo.

Caso B — l’effetto passa attraverso il rischio ponderato

Immaginiamo ora, sempre e soltanto a fini didattici, che non venga effettuata quella deduzione di 20 e che la partecipazione incida invece sulle attività ponderate per il rischio. Usiamo un denominatore che sale da 1.000 a 1.100.

Avremmo:

100 / 1.100 = circa 9,1%

Anche questa volta il CET1 ratio scende rispetto al 10% iniziale. Quindi il costo patrimoniale non è scomparso.

Ma c’è una differenza importante:

8% con la deduzione
9,1% con la ponderazione ipotizzata

Nel nostro esempio, 9,1% è preferibile a 8%, perché la banca conserva un maggiore margine patrimoniale rispetto ai rischi considerati.

La chiave è questa:

9,1% non è migliore del 10% di partenza. È però meno penalizzante dell’8%.

I numeri sono intenzionalmente inventati. Non rappresentano le ponderazioni stabilite dalla normativa, non descrivono una banca reale e non permettono di stimare il beneficio effettivo del Danish Compromise. Servono esclusivamente a mostrare perché togliere capitale dal numeratore e aumentare le attività ponderate nel denominatore possono produrre effetti diversi.

Infografica didattica sul Danish Compromise: confronto tra deduzione dal capitale, con CET1 ratio dal 10% all’8%, e ponderazione per il rischio, dal 10% al 9,1%.

Non significa avere “capitale gratis”

Sarebbe quindi sbagliato leggere il Danish Compromise come uno sconto indiscriminato.

La sua applicazione è circoscritta, richiede precise condizioni e l’autorizzazione della vigilanza.

C’è una ragione.

Quando banca e assicurazione fanno parte dello stesso gruppo, aumentano anche le interdipendenze.

La vigilanza deve evitare, per esempio, che lo stesso capitale venga di fatto considerato disponibile due volte: una per sostenere i rischi della banca e una per quelli della compagnia assicurativa. Tecnicamente questo fenomeno viene definito double-gearing.

Occorre inoltre presidiare la possibilità che problemi nati nella componente assicurativa si trasmettano alla banca, o viceversa.

Per questo i gruppi che riuniscono attività bancarie e assicurative in misura rilevante — i cosiddetti conglomerati finanziari — sono sottoposti a controlli aggiuntivi sulla loro solidità complessiva.

Un migliore trattamento patrimoniale, quindi, non elimina né il rischio né la complessità di possedere una compagnia.

Possedere o distribuire non è soltanto una scelta commerciale

Ed è qui che il tema diventa particolarmente interessante per la bancassurance.

Una banca può possedere direttamente una compagnia assicurativa. Può condividerne la proprietà con un assicuratore attraverso una joint venture, cioè una società controllata insieme. Può costruire una partnership di lungo periodo con una compagnia esterna. Oppure può concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei prodotti.

Non esiste una soluzione migliore in assoluto.

Possedere una compagnia può significare maggiore controllo sul prodotto, sui processi, sui dati e su una parte più ampia del valore generato. Ma significa anche assumersi maggiori responsabilità industriali, rischi, esigenze di governo e fabbisogno di capitale.

Una partnership può offrire maggiore flessibilità e lasciare all’assicuratore parte di queste responsabilità, rinunciando però anche a una parte del controllo e del valore economico.

Come abbiamo già visto ragionando sulla catena del valore assicurativa, la vera questione strategica non è necessariamente possedere tutto. È decidere quali parti della filiera sia importante governare direttamente e quali possano essere gestite attraverso un partner.

Questa lettura è coerente anche con una visione della bancassurance come modello industriale e non soltanto come canale distributivo.

Il Danish Compromise aggiunge una domanda:

quanto capitale richiede ciascuna scelta?

Il capitale ha un costo, anche quando non lo vediamo

Una banca dispone di capitale limitato e deve decidere dove utilizzarlo: credito, acquisizioni, partecipazioni, sviluppo di nuovi business e altre iniziative.

Questa scelta viene chiamata allocazione del capitale.

Il concetto è semplice: se due investimenti producono lo stesso risultato economico, ma uno richiede molto più capitale dell’altro, per la banca non sono necessariamente equivalenti.

È per questo che una modifica prudenziale può entrare nella strategia industriale.

La sequenza diventa:

cambia una regola → cambia l’impatto sul capitale → possono cambiare i ritorni relativi → può cambiare il modo in cui valutiamo un modello di bancassurance.

Non significa che il Danish Compromise provocherà acquisizioni assicurative.

Non significa nemmeno che possedere una compagnia sia diventato preferibile a lavorare in partnership.

Le evidenze disponibili non consentono queste conclusioni.

Significa qualcosa di più circoscritto:

un diverso trattamento del capitale può cambiare l’equazione. Ma non risolve l’equazione.

La scelta continua a dipendere dalla strategia, dalla capacità di governare un business assicurativo, dai rischi, dai ritorni attesi, dalla qualità della distribuzione e dal livello di controllo desiderato. Anche la configurazione del modello distributivo resta parte dell’equazione.

Possedere o distribuire, quindi, non è soltanto una scelta commerciale.

È anche una scelta su quanto capitale utilizzare, per quale ritorno e per quale livello di controllo.

Ed è forse questa la domanda manageriale più utile da portarsi dietro:

quanto capitale siamo disposti a impegnare nel modello di bancassurance con cui vogliamo creare valore?

Fonti principali

Fonti verificate il 9 settembre 2026.

Che cos’è il CET1 ratio e quando un valore è migliore?

Il CET1 è il capitale di qualità più elevata della banca. Il CET1 ratio lo confronta con le attività ponderate per il rischio. A parità delle altre condizioni, un rapporto più alto indica un maggiore margine patrimoniale rispetto ai rischi. Questo non significa però che l’obiettivo sia accumulare capitale senza utilizzarlo: anche il capitale deve essere impiegato in modo efficiente.

È una possibilità prevista dalla regolamentazione europea che, in determinate condizioni e previa autorizzazione, consente di trattare alcune partecipazioni assicurative attraverso la ponderazione per il rischio invece di dedurle dal capitale della banca.

Non necessariamente. Può modificare una componente del costo patrimoniale, ma la scelta dipende anche da ritorni, rischi, competenze, governance, controllo della catena del valore e strategia complessiva.

I contenuti pubblicati in questo articolo esprimono opinioni personali dell’autore e hanno finalità informative e divulgative. Non rappresentano la posizione della società per cui lavora e non costituiscono consulenza professionale, assicurativa, finanziaria, legale o commerciale.

Le idee diventano valore quando aprono nuove connessioni.

Per continuare il confronto su business, persone, parole e cultura della protezione, puoi leggere altri contenuti dell’Osservatorio o aprire una conversazione professionale.