Per molto tempo abbiamo guardato alla longevità soprattutto come a un rischio.
È una lettura corretta. Se viviamo più a lungo, aumentano gli anni durante i quali dobbiamo finanziare consumi, salute, assistenza e qualità della vita. Per i sistemi previdenziali, per le famiglie e per l’assicurazione il longevity risk continua quindi a essere una questione concreta.
Ma forse oggi non basta più a descrivere tutto ciò che sta accadendo.
Una vita più lunga non significa soltanto più anni da finanziare. Modifica la durata delle fasi della vita, i confini tra lavoro e pensione, il rapporto con il patrimonio, il bisogno di assistenza e, soprattutto, il periodo durante il quale una persona può mantenere autonomia e capacità di scelta.
La domanda allora cambia.
Non è soltanto: come proteggersi dal rischio di vivere molto a lungo?
Diventa anche: come fare in modo che gli anni aggiuntivi siano anni nei quali salute, risorse economiche e autonomia rimangano il più possibile allineate?
È in questa seconda domanda che il tema della longevità comincia a diventare interessante anche dal punto di vista manageriale.
Il longevity risk non scompare
Parlare di longevity opportunity non significa sostituire una narrazione negativa con una positiva.
I rischi rimangono.
In Europa la pressione demografica continua a rendere centrale la sostenibilità previdenziale. Nel marzo 2026 EIOPA ricordava che soltanto il 19% dei consumatori europei dispone di un prodotto pensionistico personale e il 21% partecipa a schemi occupazionali. Il problema della resilienza finanziaria per una vita più lunga è quindi tutt’altro che risolto.
Anche l’Italia presenta una situazione articolata. Alla fine del 2025 gli iscritti alla previdenza complementare avevano superato i 10 milioni, pari al 39,9% delle forze di lavoro, ma COVIP continua a rilevare squilibri significativi nella partecipazione.
Il punto, quindi, non è sostenere che la longevità abbia cessato di essere un rischio.
È riconoscere che guardare soltanto al rischio finanziario di sopravvivenza rischia ormai di farci vedere solo una parte del fenomeno.
Il segnale del “longevity dividend”
A giugno 2026 il World Economic Forum, insieme a Marsh, ha provato a osservare il problema da una prospettiva differente.
Il rapporto The Longevity Dividend: The Business Case for Linking Health and Wealth analizza tre interventi relativamente semplici: prevenzione delle cadute domestiche, maggiore attività fisica e diffusione degli apparecchi acustici.
La modellizzazione effettuata su 21 Paesi stima, entro il 2040, oltre 5.800 miliardi di dollari di potenziali risparmi sanitari e circa 645 miliardi di maggiore produttività.
Sono numeri che vanno letti con prudenza.
Non rappresentano benefici già realizzati. Sono stime. E soprattutto l’Italia non fa parte dei 21 Paesi considerati dall’analisi quantitativa. Non sarebbe quindi corretto trasferire quelle cifre al nostro mercato.
Ciò che trovo interessante non è tanto il valore assoluto della stima.
È il cambio di prospettiva.
Salute, patrimonio e partecipazione economica vengono trattati come dimensioni interdipendenti. Il tema non è più soltanto il costo di una popolazione che vive più a lungo, ma il valore che potrebbe essere preservato o generato se una parte di quegli anni aggiuntivi fosse trascorsa in condizioni migliori.
È questa la vera intuizione del longevity dividend.
Tre tempi che dovrebbero riuscire a restare allineati
La Geneva Association aveva già proposto nel 2025 una chiave di lettura particolarmente utile, distinguendo tre dimensioni.
Il life span è la durata della vita.
L’health span riguarda gli anni trascorsi in condizioni di buona salute.
Il wealth span è invece il periodo durante il quale le risorse economiche restano sufficienti a sostenere la persona.
La sfida della longevità emerge quando questi tre tempi cominciano a divergere.
Il rapporto della Geneva Association, basato anche su una survey di 15.000 persone in 12 Paesi tra cui l’Italia, rileva peraltro un fenomeno significativo: le persone sembrano consapevoli dei rischi legati a una vita più lunga, ma tendono contemporaneamente a sovrastimare la propria preparazione ad affrontarli.
Per l’Italia, utilizzando dati WHO, lo stesso rapporto mostra una distanza indicativa tra un life span di circa 82 anni e un health span di circa 71: undici anni di differenza. Non è una previsione individuale, naturalmente. Ma rende immediatamente visibile il problema.
Vivere più a lungo e vivere più a lungo bene non sono la stessa cosa.
E neppure vivere più a lungo disponendo delle risorse necessarie è la stessa cosa.
Forse la parola che tiene insieme tutto è autonomia
A queste tre dimensioni ne aggiungerei una come lente editoriale: l’autonomia.
Non come nuova categoria tecnica, ma come modo di leggere il problema.
Essere autonomi significa poter continuare a prendere decisioni sulla propria vita.
Richiede salute, ma non coincide soltanto con la salute. Richiede risorse economiche, ma non coincide soltanto con il patrimonio. Dipende anche dalla casa in cui viviamo, dalle reti familiari e sociali, dalla possibilità di accedere a servizi e assistenza e, in alcune fasi, dalla capacità di continuare a partecipare alla vita professionale e sociale.
Da questo punto di vista, proteggere la longevità significa soprattutto preservare capacità di scelta nel tempo.
Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante per l’assicurazione.
La funzione assicurativa tradizionale resta fondamentale: trasferire un rischio e intervenire economicamente quando si verifica un evento.
Ma una vita più lunga pone una domanda ulteriore: il valore della protezione può iniziare anche prima che l’evento si manifesti, contribuendo a preservare condizioni che mantengono più a lungo l’autonomia della persona?
Non abbiamo ancora evidenze sufficienti per sostenere che ogni iniziativa preventiva produca automaticamente meno sinistri o maggiore redditività.
Ma abbiamo certamente abbastanza elementi per porci la domanda.
In Italia anche la parola “anziano” sta diventando meno semplice
Questa riflessione è particolarmente rilevante nel nostro Paese.
Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni erano circa 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni avevano raggiunto i 2,5 milioni.
Ma proprio ISTAT invita a non fermarsi alla soglia dei 65 anni.
Nel rapporto sugli indicatori demografici, l’Istituto ricorda che identificare automaticamente l’anzianità con il superamento dei 65 anni è in parte il retaggio di condizioni demografiche passate.
Se, a titolo di esercizio statistico, la soglia fosse resa dinamica mantenendo costante la speranza di vita residua che aveva un uomo di 65 anni nel 1960, nel 2025 l’ingresso nella popolazione “anziana” corrisponderebbe a circa 74 anni per gli uomini e 77 per le donne. Con questo criterio la quota interessata sarebbe il 12,3%, rispetto al 24,7% ottenuto utilizzando la soglia anagrafica statica dei 65 anni.
Non significa, evidentemente, che l’Italia abbia improvvisamente la metà degli anziani.
Significa qualcosa di più interessante per chi si occupa di business: l’età anagrafica descrive sempre meno da sola bisogni, condizioni e comportamenti.
Due persone di 68 anni possono avere situazioni lavorative, sanitarie, patrimoniali e familiari completamente diverse.
La segmentazione basata prevalentemente sull’età rischia quindi di diventare progressivamente meno informativa.
Se cambia la traiettoria di vita, il prodotto da solo non basta
Nel maggio 2025 IVASS ha affrontato la questione in termini molto espliciti.
Secondo l’intervento del Segretario Generale Stefano De Polis, gli effetti della longevità richiedono una revisione dei modelli assicurativi nei campi del risparmio, della previdenza integrativa, della Long Term Care e della sanità. Il documento parla di un paradigma più «integrato e dinamico» e richiama la necessità di accompagnare l’individuo lungo il ciclo di vita, dalla fase di accumulo a quella di decumulo.
È un passaggio importante.
Non significa che i prodotti diventino irrilevanti. Al contrario: saranno necessari prodotti nuovi, combinazioni diverse e probabilmente servizi che oggi consideriamo separati.
Ma l’innovazione più profonda potrebbe trovarsi un livello sopra.
Se salute, assistenza, risparmio e protezione interagiscono nel determinare l’autonomia, quanto è ancora efficace progettare ciascuna risposta come se appartenesse a un problema completamente indipendente?
La questione riguarda il prodotto, ma anche le organizzazioni.
Molte compagnie sono necessariamente strutturate per rami, competenze tecniche e responsabilità differenti. È indispensabile per governare correttamente il rischio.
Ma il cliente non vive per silos.
Non passa dalla modalità “previdenza” alla modalità “salute” e poi a quella “LTC”. Vive una traiettoria nella quale questi bisogni possono sovrapporsi.
È forse qui che il passaggio dalla longevity risk alla longevity management assume un significato concreto.
Dalla copertura di un evento all’accompagnamento di una traiettoria
La vera opportunità, quindi, non consiste semplicemente nel creare un nuovo mercato di prodotti destinati agli anziani.
Sarebbe una lettura troppo semplice.
L’opportunità è provare a costruire sistemi di protezione capaci di accompagnare una vita che diventa più lunga e meno lineare.
Questo può comprendere nuovi prodotti, ma anche prevenzione assicurativa, assistenza, servizi, revisione periodica dei bisogni e capacità di adattare la protezione alle transizioni della persona.
È una direzione che si collega a una riflessione già sviluppata nell’Osservatorio: il valore della relazione può iniziare prima del sinistro, senza per questo cancellare la funzione fondamentale dell’indennizzo.
E pone almeno una domanda organizzativa difficile: il prodotto deve continuare a essere il centro dell’architettura oppure può diventare uno degli elementi di un sistema di protezione costruito intorno alla traiettoria della persona?
Anche la distribuzione dovrà iniziare prima
Questa evoluzione ha inevitabilmente una conseguenza sulla distribuzione, anche se non credo debba diventare il centro del ragionamento.
Se la longevità riguarda una traiettoria, parlarne soltanto quando il cliente entra convenzionalmente nella fase “senior” potrebbe essere troppo tardi.
Health span e wealth span si costruiscono nel tempo.
Anche la conversazione sulla protezione dovrebbe quindi riuscire ad anticipare alcuni passaggi, senza trasformare il distributore in un consulente sanitario, previdenziale o patrimoniale universale.
Il tema è piuttosto la capacità di leggere meglio il contesto.
Una buona consulenza assicurativa, come ho già sostenuto parlando di diagnosi del bisogno, non dovrebbe partire dal catalogo ma dalla situazione della persona. Nel caso della longevità questa capacità diventa ancora più importante: due clienti della stessa età possono avere traiettorie radicalmente differenti.
Per le reti significa probabilmente imparare a parlare prima di autonomia, transizioni e sostenibilità della protezione; solo dopo, quando pertinente, di prodotti.
L’opportunità esiste soltanto se resta accessibile
C’è infine un rischio da evitare.
Trasformare la longevity opportunity in una narrazione riservata a chi possiede già patrimonio, salute e capacità di risparmio.
Banca d’Italia sottolinea che una parte importante della ricchezza del Paese è oggi accumulata nelle fasce più anziane e che nei prossimi anni sono attesi rilevanti trasferimenti intergenerazionali. Ma rileva anche differenze nella capacità delle famiglie di risparmiare.
Affordability e accessibilità non sono quindi elementi laterali.
Sono parte del problema.
Un modello che permettesse soltanto alle persone economicamente più solide di allineare health span e wealth span rischierebbe di trasformare una maggiore longevità in un ulteriore fattore di disuguaglianza.
Per questo rischio e opportunità devono continuare a convivere nella stessa analisi.
Il longevity risk resta. Ma non racconta più tutta la storia
Una vita più lunga continua a produrre rischi attuariali, previdenziali, sanitari e familiari.
Non dobbiamo nasconderli dietro una nuova etichetta più ottimistica.
Ma possiamo iniziare a guardare oltre.
Se il vero obiettivo diventa mantenere il più a lungo possibile autonomia, salute, risorse e capacità di scelta, anche il ruolo dell’assicurazione può evolvere.
Non soltanto assicurare l’evento.
Non soltanto accumulare capitale.
Non soltanto intervenire quando l’autonomia è già compromessa.
Ma costruire, insieme agli altri attori del sistema, condizioni che aiutino la persona ad attraversare una vita più lunga.
Forse è questo il punto in cui la longevity opportunity diventa una prospettiva interessante.
Non perché il rischio sia scomparso.
Ma perché abbiamo iniziato a vedere qualcosa che il concetto di rischio, da solo, non riusciva più a raccontare.
Che cos’è il longevity risk?
È il rischio collegato al fatto che persone e popolazioni vivano più a lungo del previsto o debbano finanziare un periodo di vita più esteso. Ha implicazioni per previdenza, risparmio, assistenza, sanità e sistemi assicurativi. Parlare di longevity opportunity non elimina questo rischio, ma amplia il perimetro dell’analisi.
Qual è la differenza tra life span, health span e wealth span?
Il life span indica la durata della vita; l’health span gli anni vissuti in buona salute; il wealth span il periodo durante il quale le risorse economiche restano sufficienti. La sfida della longevità consiste anche nel ridurre la distanza tra queste tre dimensioni.
Che cosa può cambiare per l’assicurazione con l’aumento della longevità?
Oltre all’innovazione dei prodotti, può diventare più importante coordinare protezione, previdenza, salute, assistenza, prevenzione e servizi lungo il ciclo di vita. È una possibile evoluzione, non la prova che un modello integrato produca automaticamente maggiore redditività o migliori risultati sanitari.
