Per decenni uno dei vantaggi competitivi più importanti nel settore assicurativo è stato relativamente semplice da descrivere: sapere qualcosa che gli altri non sanno.
Avere più storia assicurativa. Conoscere meglio un portafoglio. Disporre di informazioni sui sinistri. Avere una relazione più lunga con il cliente. Costruire database proprietari difficili da replicare.
Questa logica non scomparirà. Ma potrebbe diventare meno sufficiente se una parte crescente delle informazioni assicurative diventasse verificata, standardizzata e interoperabile.
È la domanda che rende interessante la consultazione aperta il 1° settembre 2026 dall’autorità assicurativa indiana IRDAI sul Public Insurance Registry (PIR), presentato nella fonte istituzionale IRDAI / Insurance Information Bureau.
È importante chiarirlo subito: il PIR non è oggi un’infrastruttura operativa, non costituisce una disciplina definitiva e dal materiale disponibile non emerge una data di implementazione verificata. È una proposta sottoposta a consultazione, con commenti richiesti entro il 30 settembre 2026. IRDAI sta chiedendo osservazioni proprio su architettura dei dati, identity framework, standard, privacy, consenso, commercial confidentiality, governance, readiness e transizione.
Ed è proprio il fatto che si trovi ancora nella fase progettuale a renderlo interessante. Perché permette di osservare una domanda prima che abbia già ricevuto una risposta tecnica definitiva:
che cosa succede alla competizione assicurativa quando il dato smette, almeno in parte, di essere soltanto un patrimonio chiuso e diventa infrastruttura?
Il PIR non è semplicemente l’idea di un grande database centrale
Una delle semplificazioni da evitare è immaginare il Public Insurance Registry come un unico enorme archivio nel quale convergerebbero indistintamente tutti i dati assicurativi indiani.
La proposta è più articolata.
IRDAI lo presenta come una Digital Public Infrastructure destinata ad affrontare information gap e interoperability gap. Le informazioni potrebbero continuare a risiedere presso le istituzioni che le detengono, mentre l’infrastruttura dovrebbe creare un livello affidabile attraverso il quale identificarle, standardizzarle e renderle utilizzabili per determinate finalità.
Anche l’identity framework descritto nel paper va letto come proposta, non come architettura già definita. L’ipotesi ricostruita da Mint prevede un identificatore funzionale distinto dai numeri identificativi personali grezzi, proprio per riconoscere coerentemente un assicurato tra più istituzioni senza necessariamente centralizzare i documenti d’identità.
È una distinzione importante. Il tema non è soltanto dove si trova il dato. È soprattutto chi può accedervi, per quale finalità, in quale formato, con quale livello di affidabilità, con quale autorizzazione e con quali limiti al riutilizzo.
Otto possibili utilizzatori, ma nessun beneficio è ancora dimostrato
La consultazione ipotizza use case per otto gruppi: policyholder, insurer, reinsurer, intermediari, regulator, istituzioni finanziarie, governo e ricerca.
Per il cliente si immaginano, tra l’altro, una visione più organica di polizze e sinistri, verifica di compagnie e intermediari e riduzione della duplicazione documentale.
Per gli assicuratori, i dati potrebbero essere utilizzati in product design, underwriting, pricing, gestione dei sinistri e servicing. I reinsurer potrebbero beneficiare di informazioni standardizzate su esposizioni e perdite. Gli intermediari potrebbero velocizzare onboarding e servizio. Le istituzioni finanziarie potrebbero verificare esistenza e caratteristiche di determinate coperture. Il regolatore potrebbe osservare con maggior dettaglio fenomeni di mercato, mentre governo e ricerca potrebbero utilizzare dataset aggregati o autorizzati per analisi di policy.
Sono use case proposti. Non risultati.
Il PIR non ha ancora dimostrato di ridurre i premi, migliorare il pricing, diminuire le frodi, ampliare l’inclusione assicurativa, colmare il protection gap o produrre customer outcome migliori. Trasformare queste possibilità in benefici certi significherebbe confondere l’obiettivo di progetto con l’evidenza dei risultati.
Il contesto indiano aiuta invece a comprendere la scala del problema. Secondo dati IRDAI riportati da Mint, nel FY2025 il sistema contava circa 3,35 miliardi di polizze presso 74 insurer. È un dato che descrive la dimensione informativa dell’ecosistema, non l’efficacia futura del PIR.
Se tutti possono accedere al dato, dove si crea il vantaggio?
È qui che emerge la lettura manageriale più interessante. Immaginiamo, per ipotesi, che alcune informazioni rilevanti diventino più facilmente accessibili, standardizzate e verificabili.
Il vantaggio di un operatore non sparirebbe. Potrebbe però cambiare natura. Avere il dato non sarebbe più sufficiente. Bisognerebbe saperlo usare meglio.
In underwriting, questo potrebbe significare integrare segnali differenti senza trasformare ogni variabile in un automatismo di esclusione. Nel pricing, costruire segmentazioni tecnicamente solide ma compatibili con gli obiettivi di mutualizzazione e accessibilità. Nel prodotto, riconoscere bisogni o gap che dataset frammentati rendevano meno visibili. Nel servizio, ridurre richieste ridondanti e ripetizioni informative. Nella distribuzione, arrivare alla conversazione con informazioni già verificate senza confondere disponibilità del dato e comprensione del cliente.
La consulenza rimane quindi rilevante, ma non è il solo punto della storia. Se l’informazione di base diventa meno rara, il valore può spostarsi dal possesso all’elaborazione, dall’archivio alla capacità decisionale.
È una dinamica coerente con una trasformazione più ampia della catena del valore assicurativa, nella quale dati, tecnologia, distribuzione e relazione sono sempre meno concentrati nello stesso soggetto e il vantaggio dipende dalla capacità di orchestrare componenti diverse.
Disponibilità → Affidabilità → Accessibilità → Capacità d’uso
Per leggere questa evoluzione propongo un framework semplice: Disponibilità → Affidabilità → Accessibilità → Capacità d’uso.
Non è un framework IRDAI e non descrive l’architettura ufficiale del PIR. È una lente editoriale.
Disponibilità
Il dato esiste? In molti ecosistemi il problema iniziale non è la mancanza assoluta di informazione, ma la sua dispersione tra compagnie, distributori, provider, registri pubblici e sistemi legacy.
Rendere visibile ciò che prima era frammentato è il primo passaggio. Ma un dato disponibile non è ancora necessariamente utile.
Affidabilità
È corretto, aggiornato, identificabile e confrontabile? Interoperabilità senza qualità potrebbe semplicemente permettere di distribuire più velocemente errori, duplicazioni o informazioni obsolete.
Un’infrastruttura dati non crea valore perché contiene molto. Crea valore quando rende possibile fidarsi, entro limiti definiti, di ciò che viene utilizzato.
Accessibilità
Chi può utilizzare quel dato e per quale scopo? Qui l’infrastruttura smette di essere un problema puramente tecnologico.
Purpose limitation, consenso, autorizzazioni, privacy e commercial confidentiality diventano elementi della sua architettura. Il Digital Personal Data Protection Act indiano, per esempio, inquadra il trattamento dei dati digitali bilanciando protezione dell’individuo e trattamento per finalità lecite e contempla strumenti per la gestione del consenso. Questo non risolve automaticamente tutti i problemi applicativi del PIR, ma mostra perché un’infrastruttura di questo tipo debba essere letta anche dentro il quadro di protezione dei dati.
Capacità d’uso
È probabilmente il passaggio competitivo decisivo. Due operatori possono accedere alla stessa informazione e produrre risultati molto differenti.
Uno può usarla per eliminare attriti, migliorare la comprensione del rischio e progettare servizi più coerenti. Un altro può limitarsi ad aggiungere nuove variabili a processi già esistenti.
L’interoperabilità, quindi, può ridurre alcune rendite informative senza necessariamente ridurre le differenze di performance. Potrebbe anzi renderle più visibili.
La controtesi: più conoscenza può significare anche più esclusione
Esiste però un’altra lettura, e non è un dettaglio. L’assicurazione funziona anche perché aggrega rischi.
Più granularità informativa può consentire di distinguere meglio esposizioni differenti. Dal punto di vista tecnico può essere un vantaggio. Ma fino a che punto?
Se ogni nuova informazione permette di identificare un segmento più rischioso, di aumentare ulteriormente il prezzo, restringere la copertura o escludere determinate esposizioni, una maggiore precisione informativa può avere un effetto ambiguo.
Conoscere meglio il rischio non equivale automaticamente a proteggerlo meglio.
Può significare sottoscriverlo meglio. Ma può anche significare sapere con maggiore precisione quale rischio non si vuole assumere. È qui che il tema della price discrimination e della selezione diventa centrale.
Un’infrastruttura condivisa potrebbe ridurre alcune asimmetrie informative e contemporaneamente aumentare la capacità degli operatori più sofisticati di differenziare fortemente la clientela. Il beneficio non è quindi incorporato nel dato. Dipende dalle regole, dai modelli, dalle finalità e dalla struttura del mercato.
Lo stesso vale per la commercial confidentiality. Un ecosistema interoperabile non può significare che know-how, algoritmi proprietari, insight tecnici e strategie commerciali diventino indiscriminatamente accessibili. La consultazione IRDAI include infatti anche questo tema tra quelli sui quali richiede esplicitamente feedback.
Anche il consenso non può diventare una formula magica
Dire che un’infrastruttura è consent-based non chiude automaticamente il problema della governance. Un consenso può essere formalmente acquisito e contemporaneamente risultare troppo ampio, poco comprensibile o scollegato dalle successive possibilità di utilizzo.
Più fonti vengono collegate, maggiore diventa inoltre il rischio di re-identificazione, matching inattesi e profiling. E più un’infrastruttura diventa centrale per il funzionamento del mercato, più cyber risk e operational resilience assumono una dimensione sistemica.
Per questo considero governance e privacy non come il prezzo da pagare per poter usare più dati. Sono parte del prodotto infrastrutturale. Se l’infrastruttura non rende verificabili finalità, autorizzazioni e responsabilità, l’interoperabilità può trasformare un vantaggio tecnico in un problema di fiducia.
Dall’informazione raccolta alla consulenza che interpreta
C’è anche un’implicazione per la distribuzione. Una parte del lavoro assicurativo oggi consiste ancora nel raccogliere informazioni che esistono già altrove: chiedere nuovamente dati, verificare documenti, ricostruire coperture, allineare anagrafiche.
Se alcune di queste attività diventassero più semplici grazie a informazioni verificabili e interoperabili, il ruolo consulenziale non scomparirebbe. Potrebbe diventare più esigente. Perché avere un dato non significa comprendere che cosa significhi per quel cliente.
Un sistema può mostrare che esiste una copertura. Non determina automaticamente se sia sufficiente. Può evidenziare una storia di sinistri. Non decide da sola quale rischio sia accettabile. Può ridurre il tempo impiegato per la raccolta. Ma lascia aperta la domanda su come utilizzare quell’informazione dentro una decisione coerente.
La tecnologia può quindi comprimere una parte della raccolta informativa e contemporaneamente aumentare il valore dell’interpretazione.
India e Italia: un segnale, non un modello da importare
Il Public Insurance Registry non è un progetto italiano e non esiste, sulla base delle fonti utilizzate, un equivalente diretto nel nostro mercato. Il quadro europeo è differente.
EIOPA utilizza il concetto di open insurance in senso ampio per descrivere accesso e condivisione di dati assicurativi personali e non personali, normalmente attraverso API, sottolineando contemporaneamente esigenze di protezione dei dati, concorrenza, innovazione, tutela dei consumatori e stabilità finanziaria.
Anche la proposta europea FiDA — Framework for Financial Data Access va nella direzione di un accesso più strutturato ai dati finanziari controllato dal cliente, con standardizzazione e obblighi per data holder e data user. Ma nel 2026 FiDA è ancora in iter legislativo: non va presentato come regolamento già vigente. Inoltre il suo perimetro non coincide con quello ipotizzato dal PIR indiano.
In Italia, IVASS raccoglie già grandi quantità di dati di vigilanza e statistici e gestisce specifiche banche dati, con regole definite di trattamento e accesso. Questo non le rende però equivalenti a un’infrastruttura assicurativa aperta e interoperabile destinata agli use case descritti dal PIR.
La trasferibilità è quindi soprattutto concettuale. La domanda indiana può essere utile anche qui: se il dato diventa più accessibile, dove vogliamo che si sposti il valore?
Il vero vantaggio potrebbe essere ciò che facciamo dopo l’accesso
Se il PIR resterà una consultazione, verrà ridisegnato oppure diventerà un’infrastruttura concreta è ancora da verificare. Non sappiamo quali use case saranno implementati. Non sappiamo quale sarà l’architettura definitiva. Non sappiamo se produrrà più concorrenza, prezzi migliori o maggiore inclusione.
Sappiamo però che il tema è ormai abbastanza maturo da porre una domanda strategica. Per molto tempo la scarsità del dato ha creato valore. Domani potrebbe crearne altrettanto la capacità di lavorare bene su dati meno esclusivi.
La mia lettura è che quando l’informazione diventa infrastruttura, il vantaggio competitivo non scompare: si sposta.
Dal possesso alla qualità dell’uso. Dalla raccolta all’interpretazione. Dal database all’underwriting. Dal dato grezzo alla capacità di costruire prodotti e servizi utili.
Ma con una condizione decisiva. Se una maggiore conoscenza serve soltanto a segmentare sempre di più fino a identificare con precisione chi escludere, avremo costruito un’infrastruttura informativa molto sofisticata senza necessariamente costruire un mercato assicurativo migliore.
La vera misura del valore non sarà quindi quanti dati riusciremo a collegare. Sarà quale tipo di decisioni renderemo possibili grazie a quei dati.
Fonti principali
Il Public Insurance Registry indiano è già operativo?
No. Al 1° settembre 2026 il PIR è una proposta sottoposta a consultazione da IRDAI, con feedback richiesti entro il 30 settembre. Non è una disciplina definitiva e dalle fonti considerate non emerge una data di implementazione verificata.
Il PIR prevede necessariamente un unico database centrale?
No. La proposta viene descritta come un’infrastruttura interoperabile e non semplicemente come un repository centrale; le informazioni potrebbero continuare a risiedere presso le istituzioni che le detengono.
Più dati condivisi producono necessariamente prezzi migliori e maggiore inclusione assicurativa?
No. Sono benefici potenziali, non risultati dimostrati. Una maggiore granularità può migliorare underwriting e servizio ma anche aumentare segmentazione, selezione e differenziazione del prezzo. L’esito dipende da governance, regole di utilizzo, qualità dei dati e struttura del mercato.
