L’obbligo assicurativo contro le catastrofi naturali cambierà inevitabilmente il mercato italiano.
Aumenteranno le imprese assicurate, cresceranno i contratti, cambieranno i volumi di premi e probabilmente evolveranno anche prodotti, capacità assicurativa, pricing e modelli distributivi.
La domanda più interessante, però, non è quanto crescerà questo mercato.
È un’altra:
come capiremo, tra qualche anno, se l’obbligo avrà realmente ridotto il protection gap?
Il nuovo Rapporto IVASS 2026 sui rischi da catastrofi naturali offre da questo punto di vista una fotografia particolarmente utile, perché i suoi dati quantitativi si riferiscono alla fine del 2024: quindi a un esercizio ancora precedente agli effetti della nuova disciplina obbligatoria. IVASS indica una raccolta per i rischi catastrofali di circa 3,1 miliardi di euro, in crescita del 13% rispetto al 2023. Ma la crescita è riconducibile in misura importante all’aumento del costo delle coperture seguito alle pesanti perdite dell’anno precedente. Più premi, dunque, non significavano necessariamente più soggetti protetti.
Questo rende il 2024 un buon punto di partenza, ma non un benchmark semplice.
Perché il vero rischio sarebbe confrontare, fra qualche anno, soltanto la raccolta pre e post obbligo e concludere che una crescita dei premi equivalga automaticamente a una riduzione del protection gap.
Non è così.
Essere assicurati non significa necessariamente essere sufficientemente protetti
La distinzione può sembrare sottile, ma è centrale.
Una polizza può esistere.
Può essere conforme alla normativa.
Può coprire i beni e gli eventi previsti dall’obbligo.
E tuttavia può lasciare all’impresa una parte significativa delle conseguenze economiche di una catastrofe.
È qui che emerge la differenza tra compliance e protezione.
La legge definisce un perimetro preciso. L’obbligo riguarda, con le esclusioni previste dalla disciplina, le imprese tenute all’iscrizione al Registro delle imprese e determinati beni impiegati nell’attività: terreni, fabbricati, impianti e macchinari, attrezzature industriali e commerciali. Gli eventi contemplati comprendono sisma, alluvione, frana, inondazione ed esondazione. L’entrata in vigore è stata inoltre scaglionata nel tempo tra diverse classi dimensionali e alcuni comparti hanno beneficiato di proroghe specifiche.
Questa delimitazione è necessaria per comprendere anche i numeri del Rapporto IVASS.
La raccolta cat-nat rilevata nel 2024 comprende infatti un universo più ampio rispetto alla sola copertura che oggi risponde all’obbligo. Nella componente dei rischi climatici, per esempio, una parte molto rilevante dei premi riguarda grandine e tempesta. Non sarebbe quindi metodologicamente corretto utilizzare i 3,1 miliardi come se rappresentassero il “mercato prima dell’obbligo” perfettamente confrontabile con quello che nascerà dopo.
Lo stesso vale per uno dei dati più impressionanti contenuti nel Rapporto.
Su circa 35,7 milioni di abitazioni italiane, solo il 5,1% risulta assicurato contro l’inondazione e il 5,6% contro il terremoto. È un’indicazione estremamente forte della fragilità assicurativa italiana. Ma riguarda il patrimonio residenziale, non il perimetro delle imprese destinatarie dell’obbligo. Può descrivere il contesto culturale e strutturale nel quale la riforma si inserisce; non può diventare il denominatore con cui misurarne il successo.
È importante mantenere entrambe le informazioni senza confonderle.
L’Italia parte da un protection gap molto ampio.
Ma il protection gap che il nuovo sistema dovrà contribuire a ridurre richiede indicatori più precisi del semplice numero delle abitazioni o della raccolta complessiva.
Le prime polizze stanno arrivando. Il problema è capire che cosa c’è dentro
La crescita del mercato è già evidente.
Nella Relazione sull’attività svolta nel 2025, IVASS segnala una rapida diffusione delle coperture nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, fino a circa 700 mila polizze a fine aprile. L’Istituto mette però immediatamente in evidenza un altro elemento: rispetto a un bacino potenziale indicato intorno ai 4,5 milioni di imprese, la diffusione è più elevata fra le realtà medio-grandi e più contenuta fra piccole e microimprese. La stessa Relazione indica tra le finalità della disciplina il rafforzamento della resilienza del sistema produttivo e la riduzione dell’onere pubblico in caso di eventi estremi.
Anche questi numeri richiedono cautela.
Settecentomila contratti non significano necessariamente settecentomila nuove imprese integralmente assicurate. Esistono contratti collettivi, imprese con configurazioni patrimoniali differenti e soggetti per i quali il perimetro effettivamente rilevante può essere diverso.
Il numero delle polizze rimane quindi un indicatore importante della fase di avvio.
Ma da solo non può dirci quanto rischio sia stato trasferito.
Ed è precisamente qui che dovrebbe cominciare la misurazione più interessante.
Quattro dimensioni per capire se il sistema sta funzionando
Per leggere l’evoluzione del mercato può essere utile distinguere quattro dimensioni: diffusione, adeguatezza, sostenibilità e resilienza.
Non sono una tassonomia regolamentare. Sono semplicemente quattro domande diverse che rischiamo di confondere se guardiamo solo alla raccolta.
Diffusione
La prima domanda è quantitativa.
Quante imprese entrano effettivamente nel sistema assicurativo?
Qual è il valore complessivo dei beni che viene assicurato?
Come cambia la penetrazione tra grandi, medie, piccole e microimprese?
Come si distribuiscono le coperture sul territorio e rispetto alle differenti esposizioni al rischio?
Questo livello misura l’allargamento del mercato.
È indispensabile, soprattutto nella prima fase. Ma non basta.
Adeguatezza
La seconda domanda è più difficile:
ciò che è assicurato è assicurato in misura corretta?
L’indagine IVASS del giugno 2026 su 41 prodotti offerti da 38 compagnie offre un’indicazione particolarmente significativa. In diversi casi la determinazione del valore dei beni continua a essere affidata all’assicurato, mentre la congruità della somma assicurata viene verificata dalla compagnia soltanto al momento del sinistro. IVASS ritiene invece importante che questa verifica entri già nei processi assuntivi al momento della sottoscrizione.
È un passaggio decisivo.
Perché una polizza può essere perfettamente presente e tuttavia poggiare su una valorizzazione non adeguata del bene.
In quel caso avremmo aumentato il numero delle coperture, ma non necessariamente la qualità della protezione.
Sostenibilità
La terza dimensione riguarda il prezzo e la capacità del sistema assicurativo di sostenere nel tempo l’esposizione assunta.
Il tema va affrontato evitando un’equazione troppo semplice: premio elevato uguale mercato inefficiente.
Il prezzo delle coperture catastrofali deve riflettere il rischio. E proprio per questo IVASS avverte che i contratti monitorati sono molto eterogenei per localizzazione, valore assicurato, franchigie, scoperti, esclusioni e data di stipula. Anche all’interno della stessa provincia e della stessa fascia di valore possono quindi esserci differenze significative.
Anche la redditività tecnica va letta con prudenza.
Il combined ratio dei rischi climatici è sceso al 105,2% nel 2024 dopo il 351,7% del 2023. È una normalizzazione molto rilevante dopo un anno eccezionale, ma non dimostra da sola che sia stato raggiunto un equilibrio strutturale del mercato cat-nat.
La sostenibilità richiede quindi di tenere insieme affordability, risk-based pricing, prevenzione, capacità assicurativa e riassicurazione.
Resilienza
La quarta dimensione è probabilmente quella più importante.
Che cosa succede dopo la catastrofe?
Quanto rapidamente l’indennizzo permette all’impresa di ripristinare i beni?
Quanta perdita economica rimane comunque a suo carico?
Quanto pesa l’interruzione dell’attività?
E, soprattutto su scala sistemica, quanta parte delle perdite che in passato sarebbe rimasta sulle imprese o sarebbe ricaduta sulle finanze pubbliche viene effettivamente trasferita attraverso il sistema assicurativo?
È su questo livello che la crescita del mercato comincia a trasformarsi in riduzione del protection gap.
ECB ed EIOPA inquadrano proprio il divario di protezione dalle catastrofi naturali come un problema che va oltre il rapporto fra assicurato e compagnia, perché l’aumento delle perdite non assicurate può avere conseguenze per il sistema finanziario e per le finanze pubbliche. La loro lettura non implica che ogni perdita debba essere trasferita al mercato privato; sottolinea piuttosto la necessità di costruire un equilibrio tra assicurazione, prevenzione e capacità pubblica di gestione dei disastri.
È qui che cambia il ruolo dell’intermediario
Se l’obiettivo fosse soltanto aumentare rapidamente il numero delle polizze, il compito della distribuzione sarebbe relativamente semplice:
individuare le imprese soggette all’obbligo, presentare una soluzione conforme e completare la sottoscrizione.
Se invece vogliamo trasformare la compliance in protezione, il ruolo dell’intermediario diventa molto più impegnativo.
La domanda non è più soltanto:
“L’impresa ha stipulato la polizza?”
Diventa:
“Quale parte del rischio economico dell’impresa rimane scoperta anche dopo aver stipulato la polizza?”
Significa comprendere il valore dei beni.
Verificare il perimetro coperto.
Far emergere franchigie, scoperti ed esclusioni.
Ragionare sulle conseguenze di un’interruzione dell’attività.
Collegare, quando pertinente, assicurazione, prevenzione e business continuity.
L’intermediario — agente, broker, banca o altro distributore — si trova così in una posizione particolare: è il punto nel quale la protezione diventa concretamente utile, perché una norma generale deve essere tradotta nella realtà specifica di un’impresa.
E questo riporta direttamente a un principio del Coaching Assicurativo: una buona consulenza non consiste nel portare il cliente fino alla sottoscrizione, ma nell’aiutarlo a comprendere meglio il rischio che sta decidendo di trasferire.
Non è necessario trasformare una polizza cat-nat in una consulenza infinita.
È necessario evitare che l’obbligo produca una conversazione eccessivamente semplice:
“Devi assicurarti, questa polizza è conforme, quindi il problema è risolto.”
Il problema potrebbe non essere risolto affatto.
Potrebbe essere stato soltanto delimitato.
È la stessa distinzione che emerge quando si osserva il protection gap oltre la semplice assenza di assicurazione: anche una copertura esistente può risultare insufficiente o non più adeguata rispetto al rischio reale.
Compliance e consulenza non devono essere confuse
C’è però una controtesi importante.
Nella prima fase, numero di contratti e raccolta sono indicatori assolutamente legittimi.
L’obbligo sta cercando di portare dentro il sistema assicurativo una platea vastissima di imprese, composta in larghissima parte da micro e piccole realtà. Pretendere immediatamente uniformità territoriale, affordability omogenea, valutazioni patrimoniali perfette e trasferimento integrale di ogni conseguenza economica significherebbe giudicare il nuovo sistema su obiettivi che nessuna riforma può raggiungere in pochi mesi.
L’aumento del numero di imprese assicurate sarà quindi un risultato.
Ma sarà un primo risultato.
Il vero errore sarebbe trasformarlo, in futuro, nella prova definitiva che il protection gap sia stato risolto.
La seconda indagine IVASS mostra peraltro che il mercato sta già andando oltre il mero minimo legale: il 95% dei prodotti analizzati comprende nella copertura base alcune prestazioni aggiuntive, mentre sono presenti anche garanzie opzionali relative, per esempio, ai danni indiretti da interruzione dell’attività e ad altri beni o eventi.
La product governance, quindi, conta.
Ma conta altrettanto il modo in cui questi prodotti arrivano alle imprese.
Il vero KPI verrà dopo il prossimo evento
La qualità di un sistema di protezione non si misura soltanto quando le polizze vengono vendute.
Si misura quando accade ciò per cui quelle polizze sono state costruite.
Fra qualche anno avremo certamente più dati sulla raccolta, sul numero di contratti, sui valori assicurati, sui premi e sulla distribuzione territoriale delle coperture.
Saranno informazioni indispensabili.
Ma il test più importante sarà un altro.
Dopo un grande evento catastrofale, quanta parte della perdita economica sarà stata assorbita dalle coperture assicurative?
Quante imprese riusciranno a ripartire più rapidamente?
Quanta esposizione rimarrà a loro carico?
E quanto minore sarà, rispetto al passato, la necessità di trasferire sul bilancio pubblico le conseguenze di rischi che avrebbero potuto essere assicurati?
La mia lettura è che la compliance debba essere considerata l’inizio della protezione, non il suo punto di arrivo.
Se il nuovo obbligo riuscirà ad aumentare le polizze, avrà ampliato il mercato.
Se riuscirà anche a migliorare valori assicurati, comprensione del rischio, sostenibilità delle coperture e capacità di ripartenza delle imprese, avrà prodotto qualcosa di più importante.
Avrà cominciato davvero a ridurre il protection gap.
Fonti principali
- IVASS — Rapporto 2026 “Rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità: monitoraggio annuale”.
- IVASS — Relazione sull’attività svolta nell’anno 2025.
- IVASS — Seconda indagine sulle polizze a copertura dei rischi catastrofali, 15 giugno 2026.
- IVASS — Monitoraggio dei prezzi effettivi delle polizze catastrofali al 30 aprile 2026.
- MIMIT — Polizze per rischi catastrofali (Cat Nat).
- ECB–EIOPA — Towards a European system for natural catastrophe risk management.
Che cosa copre l’obbligo assicurativo cat-nat per le imprese?
La normativa riguarda i danni prodotti da sisma, alluvione, frana, inondazione ed esondazione su determinati beni utilizzati nell’attività d’impresa, tra cui terreni, fabbricati, impianti, macchinari e attrezzature industriali e commerciali. Il perimetro e le esclusioni devono essere valutati secondo la disciplina vigente.
Perché più polizze cat-nat non significano automaticamente meno protection gap?
Perché il numero dei contratti misura soprattutto la diffusione della copertura. La protezione effettiva dipende anche dal valore correttamente assicurato, dalle condizioni contrattuali, dal rischio residuo, dal prezzo sostenibile e dalla capacità dell’indennizzo di assorbire una quota significativa della perdita economica.
Qual è il ruolo dell’intermediario nella copertura cat-nat?
Oltre a facilitare l’adempimento, l’intermediario può aiutare l’impresa a comprendere quali beni e valori siano coperti, quali esposizioni restino a suo carico e quale relazione esista tra rischio, prevenzione, condizioni di polizza e continuità dell’attività. La verifica dell’adeguatezza delle somme assicurate è particolarmente importante anche alla luce delle indicazioni emerse dall’indagine IVASS 2026.
