Settembre, per molte famiglie, è il mese in cui il futuro smette improvvisamente di essere un’idea lontana.
Un’immatricolazione. Una prima rata. La ricerca di una stanza. Un abbonamento ai trasporti. I libri. Forse il trasferimento in un’altra città.
Nei calendari dell’anno accademico 2026/2027 questo passaggio è molto concreto. Alla Statale di Milano, per esempio, alcuni corsi prevedono finestre di immatricolazione proprio a settembre: Economia e Management dal 3 al 10 settembre, Informatica dal 16 al 23 settembre. Anche il rinnovo dell’iscrizione agli anni successivi ha come scadenza ordinaria il 30 settembre. Sono esempi di un singolo ateneo, non una regola nazionale, ma spiegano bene perché questo mese renda improvvisamente visibile ciò che per anni era rimasto sullo sfondo. (Università degli Studi di Milano)
Per uno studente l’università può iniziare a settembre. Per la famiglia che vuole renderla possibile, economicamente, può essere iniziata molti anni prima.
Quanto costa l’università? Non esiste una risposta unica
La domanda sembra semplice: quanto costa mandare un figlio all’università?
Il problema è che una cifra unica rischia di essere poco utile.
Prendiamo due esempi reali dell’anno accademico 2026/2027. All’Università Statale di Milano la prima rata è pari a 146 euro; l’eventuale seconda dipende dall’ISEE Università, dal corso frequentato e dalla posizione dello studente. Per gli studenti in corso, o fuori corso fino al primo anno, con ISEE Università non superiore a 30.000 euro la seconda rata non è dovuta. In Bocconi, invece, la contribuzione ordinaria per una matricola di un corso Bachelor o di Giurisprudenza è fissata a 17.000 euro l’anno, pur in presenza di esoneri e agevolazioni che possono ridurre l’importo. (Università Statale di Milano; Università Bocconi)
Sono due esempi, non gli estremi di una classifica e soprattutto non una media italiana. Servono soltanto a mostrare quanto possano essere diverse le situazioni.
A cambiare il quadro intervengono poi le agevolazioni. Il sistema del diritto allo studio comprende borse, esoneri, riduzioni e strumenti legati alla condizione economica degli studenti; per il 2026/2027 il Ministero dell’Università e della Ricerca ha aggiornato sia gli importi minimi delle borse sia i limiti ISEE e ISPE per l’accesso ai relativi benefici. (MUR)
E la retta è solo una parte del problema. Per uno studente fuori sede entrano in gioco alloggio, trasporti, pasti e vita quotidiana. Anche qui parlare di un unico costo sarebbe fuorviante: Bocconi, per esempio, nella propria stima destinata agli studenti exchange a Milano indica per una camera singola privata un intervallo tra 600 e 1.100 euro al mese, precisando espressamente che si tratta di stime variabili in funzione di zona, stile di vita e condizioni di mercato. Non è un dato medio nazionale, ma rende visibile il peso che la scelta della città può assumere. (Università Bocconi)
Non serve sapere oggi dove studierà tuo figlio
Un genitore con un figlio ancora giovane non può sapere quale università sceglierà. Forse non sceglierà affatto l’università. Potrebbe preferire un altro percorso di formazione, un’esperienza internazionale, un progetto professionale o un periodo di autonomia lontano da casa.
Non possiamo conoscere oggi neppure i costi che esisteranno tra dieci anni. E trasformare quelli attuali in una proiezione futura applicando arbitrariamente un tasso di inflazione darebbe soltanto un’apparenza di precisione.
Ma l’impossibilità di prevedere tutto non rende inutile pensare al futuro.
Cambia semplicemente la domanda.
Non: “Quanto dovrò avere esattamente da parte?”
Piuttosto: “Quali possibilità vorrei essere in grado di offrire e quanto di questo progetto sto già costruendo?”
È una differenza importante. La prima domanda cerca una previsione. La seconda costruisce consapevolezza.
Ogni progetto ha una parte già costruita e una ancora futura
Immaginiamo una famiglia che decida di destinare nel tempo alcune risorse a un progetto per un figlio.
Dopo qualche anno esiste qualcosa che è già stato costruito. Sono risorse realmente presenti e già destinate, almeno nelle intenzioni, a quell’obiettivo.
Poi c’è una seconda parte.
È ciò che la famiglia immagina di aggiungere negli anni successivi.
Nella nostra testa tendiamo facilmente a unire queste due quantità. Pensiamo al progetto finale come se fosse già un tutt’uno: ciò che esiste oggi più tutto ciò che contiamo di fare domani.
Ma non sono la stessa cosa.
La prima parte appartiene al presente. La seconda dipende ancora dal tempo.
Questo non rende meno valido il progetto. Lo rende semplicemente più leggibile.
Ed è forse proprio questa distinzione a permettere una domanda più interessante di quella sul costo dell’università: quanto del futuro che immaginiamo è già stato costruito e quanto dipende ancora dagli anni che abbiamo davanti?
La variabile meno visibile è la continuità
Ogni progetto costruito nel tempo contiene un’ipotesi che spesso rimane implicita.
“Continuerò a destinare queste risorse anche negli anni futuri.”
Non è necessario immaginare scenari drammatici per riconoscere che questa è un’ipotesi e non un fatto.
Cambiano i redditi. Cambiano le priorità familiari. Arrivano nuove spese. Possono cambiare il lavoro, la casa, le esigenze di altri componenti della famiglia o semplicemente le decisioni che prendiamo.
Un programma perfettamente coerente sulla carta può quindi avere due dimensioni: quanto si vuole costruire e la capacità di mantenere nel tempo il percorso immaginato.
Non è un invito alla paura. E non è un giudizio verso chi non può o non vuole accantonare risorse.
Consapevolezza e capacità economica sono due cose diverse.
Rendere visibile la continuità significa soltanto riconoscere che un progetto futuro non è composto unicamente dal risultato finale. È composto anche dagli anni necessari per arrivarci.
La cultura della protezione può iniziare prima di una soluzione
Quando si parla di protezione, la conversazione arriva spesso troppo velocemente alla soluzione.
Una polizza. Un prodotto finanziario. Uno strumento.
Credo invece che la cultura della protezione possa cominciare un passaggio prima.
Da una domanda.
Che cosa sto cercando di rendere possibile?
Che cosa ho già costruito?
Quale parte del progetto dipende ancora dalle risorse che potrò destinargli nel futuro?
In questa prospettiva proteggere non significa necessariamente acquistare qualcosa. Significa prima di tutto vedere con maggiore chiarezza ciò che per noi ha valore, il tempo necessario per costruirlo e le condizioni dalle quali quel progetto dipende.
L’università è soltanto uno degli esempi possibili.
Settembre ce lo rende evidente perché, per alcune famiglie, un progetto immaginato per anni diventa improvvisamente una serie di decisioni concrete. Per tutte le altre può diventare un’occasione per guardare un po’ più avanti.
Quanto del futuro che immagini è già presente?
Quando pensiamo al futuro dei nostri figli è naturale guardare alla meta: gli studi, un’esperienza all’estero, un primo progetto di autonomia.
È meno spontaneo separare ciò che abbiamo già costruito da ciò che dipende ancora dal tempo che abbiamo davanti.
Da questa domanda nasce “Il futuro che hai promesso”.
È uno strumento gratuito di consapevolezza pensato per rappresentare questa distinzione: la parte di un progetto già costruita e quella che dipende ancora dai contributi futuri.
Non valuta polizze. Non suggerisce prodotti. Non formula raccomandazioni e non stabilisce se una famiglia sia o meno “adeguatamente protetta”.
Serve a fare qualcosa di più semplice: rendere visibile una domanda che normalmente rimane nascosta dentro i nostri progetti.
Scopri “Il futuro che hai promesso”
I contenuti hanno finalità informative e divulgative e non costituiscono consulenza finanziaria, assicurativa, fiscale o di investimento personalizzata.
Quanto può costare sostenere gli studi universitari di un figlio?
Non esiste un costo unico. La contribuzione può cambiare in base all’ateneo, all’ISEE, al corso, alle agevolazioni e alla posizione dello studente. Per chi studia fuori sede assumono inoltre peso alloggio, trasporti e spese quotidiane. Per questo una singola “cifra media” può essere più fuorviante che utile.
Quando ha senso iniziare a pensare economicamente al futuro di un figlio?
Non esiste un’età corretta valida per tutti. Più che prevedere oggi il percorso preciso del figlio, può essere utile rendere progressivamente visibile il progetto: quali opportunità si vorrebbero poter offrire, cosa è già stato costruito e quale parte dipende ancora dagli anni futuri. Questo non implica una cifra minima né una specifica soluzione finanziaria.
Come capire quanto di un progetto familiare è già stato costruito?
Un primo passaggio è separare le risorse già effettivamente disponibili per quel progetto da quelle che si prevede di destinargli negli anni successivi. La distinzione non serve a giudicare il livello di preparazione della famiglia, ma a comprendere quanto del risultato finale appartenga già al presente e quanto dipenda dalla continuità futura.
