Qualche tempo fa mi confrontavo con Erika, counselor professionista, su una dinamica che incontra spesso nel suo lavoro.
Parlavamo di persone che arrivano da lei perché sentono di non riuscire più a gestire il proprio tempo.
Non necessariamente perché facciano poco. Spesso è vero il contrario: sono sommerse dalle attività quotidiane, dalle scadenze, dalle cose che richiedono una risposta immediata.
Il risultato è quasi paradossale. Si riesce a trovare il tempo per fare molte cose, ma diventa difficile trovarlo per quelle attività che richiedono soprattutto di fermarsi, pensare, scegliere.
Quella conversazione mi ha fatto venire in mente una situazione che incontro spesso anche nelle mie attività formative.
Parlando con gestori bancari, capita di sentire che preparare meglio un incontro con il cliente sarebbe utile. Eppure quella preparazione viene talvolta sacrificata perché la giornata è assorbita dalle incombenze amministrative e dalla burocrazia della filiale.
La preparazione dell’incontro è importante.
La pratica da chiudere entro sera è urgente.
E quasi sempre l’urgenza vince.
Da qui nasce una domanda che va molto oltre la gestione del tempo: quanto di questo meccanismo entra anche nelle nostre decisioni di protezione?
Il costo è oggi. Il beneficio, forse, sarà domani
Una decisione assicurativa presenta una caratteristica particolare.
L’impegno è presente: dobbiamo dedicare tempo alla scelta, comprendere una copertura, accettarne il costo.
Il beneficio, invece, appartiene al futuro. E non soltanto al futuro: a un futuro incerto, legato spesso a eventi che preferiremmo non si verificassero affatto.
È una struttura decisionale che rende interessante il contributo della behavioural economics.
Un riferimento utile arriva dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, conosciuta internazionalmente con l’acronimo inglese OECD. È un’organizzazione internazionale che analizza e confronta politiche pubbliche e fenomeni economici e sociali, producendo anche studi su pensioni, educazione finanziaria e tutela dei consumatori.
Nel suo Pensions Outlook 2018, dedicato ai sistemi previdenziali e alle decisioni di lungo periodo, l’OCSE affronta anche il present bias: la tendenza ad attribuire un peso maggiore al presente rispetto al futuro.
Nel campo previdenziale questo meccanismo può contribuire a procrastinazione, miopia e inerzia. Anche sapendo che una decisione è utile nel lungo periodo, possiamo continuare a rinviarla perché deve competere con esigenze più immediate. L’OCSE osserva, ad esempio, che la pianificazione pensionistica compete con necessità presenti come l’acquisto della casa, le spese per l’istruzione o quelle legate alla famiglia.
È importante precisarlo: stiamo parlando di previdenza. Non possiamo trasformare automaticamente questa evidenza in una spiegazione di ogni scelta assicurativa.
Ma il meccanismo decisionale è interessante per la domanda che ci stiamo ponendo.
Il tema ha anche una base italiana.
L’indagine IVASS sulle conoscenze e sui comportamenti assicurativi degli italiani, realizzata con l’Università Milano-Bicocca e Doxa, nasce proprio per analizzare conoscenze, percezione dei bisogni assicurativi e componenti comportamentali delle decisioni. IVASS dedica inoltre uno specifico approfondimento alle propensioni comportamentali in campo assicurativo.
Non significa che chi non compra una polizza stia commettendo un errore cognitivo.
Significa qualcosa di molto più prudente: la distanza temporale tra la scelta di oggi e le sue possibili conseguenze future può concorrere al modo in cui decidiamo.
Il vero concorrente della protezione potrebbe essere il presente
È qui che propongo una lettura personale.
Forse uno dei concorrenti più insidiosi della protezione non è un altro prodotto.
È il presente.
Non perché siamo incapaci di comprendere il futuro, ma perché il presente è molto bravo a reclamare attenzione.
Una rata da pagare, una mail a cui rispondere, una pratica da chiudere, una spesa imprevista hanno una concretezza che un possibile evento futuro non possiede.
Il rischio può essere serio e la sua conseguenza economicamente importante, ma se non sta accadendo oggi non necessariamente conquista uno spazio nella nostra agenda mentale.
La classica distinzione tra ciò che è importante e ciò che è urgente aiuta a rendere intuitivo il problema.
Non è una teoria scientifica della sottoassicurazione e non va utilizzata come tale.
È semplicemente una buona metafora.
Quando qualcosa è importante e urgente, agiamo.
Quando è urgente, anche se relativamente poco importante, conquista comunque la nostra attenzione.
Quando invece è importante ma non urgente, richiede una capacità diversa: dobbiamo decidere di dedicarle spazio prima che siano le circostanze a imporcelo.
Molte scelte di protezione possono assomigliare a quest’ultima situazione.
Ma non tutto ciò che viene rinviato è procrastinazione
C’è però un limite importante a questo ragionamento.
Sarebbe troppo semplice trasformare il present bias nella spiegazione del protection gap.
Una persona può scegliere razionalmente di non assicurare un determinato rischio.
Può avere poco reddito disponibile, considerare il premio troppo elevato, disporre di altre forme di protezione, non fidarsi dell’offerta, non comprenderne sufficientemente condizioni e limiti oppure decidere consapevolmente di trattenere quel rischio.
Un esempio concreto arriva dalle analisi EIOPA sulle catastrofi naturali. Nel marzo 2026 l’Autorità europea ha evidenziato come il protection gap climatico dipenda da una pluralità di fattori e ha richiamato, tra gli altri, sostenibilità economica delle coperture, percezione del rischio e aspettative rispetto all’intervento pubblico.
È un caso specifico.
Non possiamo trasferire automaticamente quelle conclusioni alle coperture vita, salute, reddito o non autosufficienza.
Mostra però bene una cosa: un protection gap può nascere dall’interazione tra fattori economici, informativi e comportamentali.
È la stessa distinzione che avevo affrontato parlando di quando il costo della vita erode anche la protezione.
Riconoscere questa differenza è fondamentale.
Altrimenti il rischio è giudicare il cliente invece di comprenderne la decisione.
Creare urgenza non significa creare consapevolezza
Se pensassimo che il problema fosse semplicemente «il cliente non sente abbastanza urgenza», la soluzione commerciale potrebbe sembrare immediata:
creare urgenza.
È proprio qui, però, che occorre fermarsi.
EIOPA include il sense of urgency tra i cosiddetti dark pattern osservati nella distribuzione assicurativa digitale. Il meccanismo consiste nel far credere che un prodotto sia disponibile soltanto per un periodo limitato o in quantità ridotta, facendo leva sulla paura di perdere l’opportunità e scoraggiando una lettura attenta delle informazioni disponibili.
Quindi abbiamo due cose molto diverse.
Da una parte, aiutare una persona a comprendere oggi le possibili conseguenze di un rischio futuro.
Dall’altra, rendere artificiosamente urgente quella decisione per accelerarla.
Creare urgenza non significa creare consapevolezza.
Ed è probabilmente una delle distinzioni più importanti per chi si occupa di distribuzione assicurativa.
La consulenza può restituire spazio alle decisioni importanti
A questo punto la questione non riguarda più soltanto il cliente.
Riguarda anche chi progetta processi commerciali, chi guida una rete e chi forma le persone.
Se il quotidiano del gestore è completamente occupato da attività amministrative e operative, possiamo davvero aspettarci che riesca a preparare conversazioni più profonde sui bisogni del cliente?
E se la conversazione sulla protezione deve avvenire dentro tempi compressi e logiche prevalentemente transazionali, possiamo stupirci che anche per il cliente finisca ai margini?
Questo, per me, è uno dei collegamenti con il Coaching Assicurativo.
Non si tratta di insegnare a costruire una maggiore pressione commerciale.
Il metodo parte da un principio diverso: passare dal prodotto alla persona, dalla garanzia al bisogno e dalla vendita alla consapevolezza.
Una buona conversazione può aiutare il cliente a rendere più concreto ciò che altrimenti rimarrebbe distante: capire quale rischio sta valutando, quali conseguenze potrebbe avere, quanto potrebbe sostenerne autonomamente e quali alternative esistono.
Non decide al suo posto.
Gli permette di decidere meglio.
Forse la cultura della protezione comincia prima dell’assicurazione
IVASS descrive #IMPARACONIVASS come un progetto per promuovere la cultura assicurativa e aumentare la consapevolezza rispetto alla necessità di proteggersi dai rischi.
Credo che questa parola — consapevolezza — sia il punto decisivo.
Una cultura della protezione matura non dovrebbe avere come obiettivo convincere le persone ad acquistare più assicurazioni.
Dovrebbe creare condizioni migliori perché possano riconoscere i rischi, comprenderne le conseguenze e decidere quali trasferire, quali sostenere direttamente e quali affrontare in altro modo.
A volte la scelta sarà assicurarsi.
A volte no.
La qualità della decisione non può essere misurata soltanto dal fatto che alla fine esista un contratto.
Forse è proprio questo che mi è rimasto della conversazione con Erika.
Nella vita personale, nel lavoro e nella protezione abbiamo continuamente davanti cose che chiedono attenzione immediata e altre che ci chiedono qualcosa di più difficile:
dedicare tempo oggi a ciò che potrebbe diventare importante domani.
Il problema, allora, non è rendere urgente la protezione.
È impedire che ciò che non è urgente smetta di sembrarci importante.
Domande frequenti
Che cos’è il present bias nelle decisioni di protezione?
Il present bias è la tendenza ad attribuire maggiore peso a costi, benefici e bisogni immediati rispetto a quelli futuri. Può contribuire al rinvio di alcune decisioni di lungo periodo, ma non spiega da solo le scelte assicurative.
Il protection gap dipende dai bias cognitivi?
Non necessariamente. I fattori comportamentali possono contribuire, ma prezzo, reddito disponibile, fiducia, comprensibilità dell’offerta, welfare e decisioni consapevoli di trattenere un rischio possono avere un ruolo altrettanto importante.
Come può la consulenza affrontare il rinvio senza creare paura?
Rendendo comprensibili rischi, conseguenze e alternative, senza trasformare artificialmente un evento futuro in un’emergenza. L’obiettivo non è accelerare la decisione, ma migliorarne la qualità.
